Progetto Demos: "Dalla necessitÓ alla Virt¨" - Racconto1

Locarno (Canton Ticino, Svizzera) Helga Klein

di Gianluigi De Dea

   “Tutto il mio mobilio starebbe comodamente dentro a un taxi!” Gianluigi avrebbe ricordato questa battuta di Helga Klein per tutta la vita. Una donnina minuta, sorridente, eccentrica ma non stravagante, geniale, poliglotta, pittrice, che viveva sola nell’appartamento più piccolo del terzo piano. Oggi la sua presenza non susciterebbe più di tanta attenzione, ma allora spiccava decisamente per originalità, minimalismo creativo potremmo asserire con uno sforzo d’inventiva. Innanzitutto l’acconciatura. I capelli crespi, foltissimi, si propagavano incuranti della forza di gravità per una buona spanna oltre il cuoio capelluto, incorniciando il volto affabile, sempre sorridente, sormontato da occhiali variopinti ed esageratamente grandi. Durante la bella stagione indossava un abitino di fattura semplice, ma dai colori vividi. Calzava sempre sandali o scarpe dalle zeppe altissime, ma che non ne incrementavano particolarmente la bassa statura.

   Non prendeva quasi mai l’ascensore e Gianluigi la salutava sempre, ogni qual volta ne udiva i passi leggeri provenire dalla rampa delle scale, aperta sul lato del cortile dove il ragazzino giocava spesso a tennis contro il muro, utilizzando un tagliere in legno come racchetta.

   Helga era un’artista eclettica, dalla personalità luminosa, estroversa e solare. Gentile con tutti, conosceva almeno cinque lingue, disegnava a carboncino e dipingeva soprattutto acquerelli. Gianluigi le sarebbe stato riconoscente per sempre, a causa di un episodio originale. Si dà il caso che il ragazzo – alle prime armi con lo studio della lingua tedesca a scuola (precisiamo che la lingua ufficiale del Canton Ticino era e rimane l’italiano, sebbene alcuni rudimenti di tedesco – e più ancora di schwitzerduetsch, cioè la lingua ufficiale della Svizzera Tedesca – fossero piuttosto diffusi fra i giovani, soprattutto a fini galanti, visto il numero cospicuo di ragazze d’oltralpe che a vario titolo si recavano spesso a sud del San Gottardo) non ne fosse stato proprio infatuato, ottenendo un’imbarazzante insufficienza in pagella (che in Svizzera si chiamava libretto).

   Chissà come, Annina, la mamma, pensò bene di rivolgersi alla signora Klein , come lei la nominava nei frangenti in cui si imponeva ossequioso riguardo (salvo poi svilirsi in colorite perifrasi come la Klèina matta, sferzante forma canzonatoria mutuata dal dialetto natìo, e dall’evidente riferimento all’eccentricità della signora in questione), per dare soccorso all’amato figliolo. Si trattò di un autentico colpo di genio, tanto che Gianluigi non solo avrebbe brillantemente recuperato l’insufficienza, ma di lì a qualche anno il tedesco l’avrebbe poi studiato all’università, con tanto di titolo accademico.

   Ma in che cosa consistette l’arcano del metodo adottato dalla signora Klein? Come sempre la risposta non può essere univoca, perché nella didattica entrano inevitabilmente in gioco dinamiche complesse, legate all’empatia, alla capacità comunicativa, insomma al talento del docente di appassionare il discente.

   Proviamo ad analizzare gli ingredienti del successo nel nostro caso… in primo luogo l’originalità, la stravaganza della situazione; Gianluigi era abituato a concepire il professore come un grigio burocrate in giacca, cravatta e borsa di cuoio un po’ sdrucita, che faceva il suo ingresso in aula incutendo sempre una certa apprensione, vuoi perché ci si aspettava un’interrogazione a sorpresa, vuoi perché si attendeva l’esito del compito. Helga Klein – per le ragioni già introdotte – orbitava agli antipodi di questo stereotipo.

   Secondariamente la simpatia. Helga non accennò mai alle nozioni di declinazione forte e debole dell’aggettivo o del sostantivo, né tanto meno alle preposizioni che reggono il dativo (aus, bei, mit, nach, seit, von, zu) l’accusativo o il genitivo.. In terzo e ultimo luogo non gli fece aprire mai la grammatica (Wir sprechen deutsch) dalla copertina blu, decorata con figure che si ispiravano a uno stile pittorico d’avanguardia, ma gli mise sotto il naso una copia dello Spiegel del 1974 sulla cui copertina spiccava il titolo Jugend Alkoholismus / Die neue Sucht (L’alcolismo tra i giovani/ la nuova dipendenza).. l’argomento, ora come allora, era di grande attualità – segno che le miserie umane si ripetono ciclicamente – ma la vera svolta per Gianluigi non fu tanto la sostanza, ovvero il testo in tedesco da tradurre e commentare in italiano, quanto la forma che Helga Klein aveva rivoluzionato con quel gesto semplice. Al ragazzo piacque subito quella complicità benevola, amichevole e fiduciosa nei suoi confronti, contrariamente alla generale rigida disciplina imposta a scuola dove – salvo rare eccezioni – l’insegnamento era trasmesso come un peso, un sacrificio necessario e – soprattutto – buona parte del corpo docente non faceva nulla per nascondere scetticismo e sfiducia nei confronti di quasi tutti gli alunni, ritenuti minus habens, in particolare quelli di “importazione” come simpaticamente li definiva il maestro Corradetti (riferendosi ai figli di immigrati), il direttore delle scuole maggiori - equivalenti alle nostre medie - che Gianluigi frequentò per tre anni.

   Per farla breve il metodo di Helga Klein era empirico-sperimentale: Gianluigi leggeva l’articolo, cercava di tradurlo, veniva invitato a riassumere che cosa avesse capito, e solo al termine di passavano in rassegna i dettagli grammaticali, sintattici e stilistici del testo. Alla fine dell’anno scolastico si sarebbe distinto fra i migliori allievi.

   Ma c’era un mistero che gravava su quella signora tanto gentile, e riguardava il suo passato. Nessuno degli inquilini ne parlò mai apertamente, limitandosi a pochi scambi di battute bisbigliate con reverente riserbo – quasi pudore – e Gianluigi se ne incuriosì parecchio, ancor di più per il velo di imbarazzo o titubanza che captava in quelle rare occasioni. Le poche e inquietanti parole che riuscì faticosamente a udire evocavano un incubo (campi di concentramento… olocausto.. il numero sul braccio). Col passare del tempo e ragionando sulle nozioni e informazioni che arricchivano il suo bagaglio culturale, alla fine capì.


  pubblicato il 22/03/2020
  Gianluigi De Dea,

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